Una Passeggiata al Festival di Locarno 2025
Scorribande Cittadine tra i Cinema

in ricordo di una notte tempestosa
Agosto si è appena concluso e con l’inizio di settembre già sfumano i ricordi del Festival del Cinema di Locarno, che si farà attendere per il prossimo anno. Ho sentito spesso definirlo una manifestazione di sinistra. In teoria è per tutti, ma attira soprattutto un certo pubblico di appassionati cinefili o di curiosi in cerca di varietà.
Il dato più importante del Festival, a mio avviso, è la sua storia, ed è questo che lo rende l’appuntamento più ambito della città, insieme alla sua ricorrenza ciclica puntuale. Non importa poi molto quel che ne pensano i locali. Ho conosciuto famiglie del locarnese contente di partire in vacanza in quei giorni, per tornare solo dopo, quando la città si svuota. L’istituzionalizzazione dell’evento trascende i gusti individuali. Il festival è inesorabilmente riconfermato ogni anno, con contributi pubblici costanti e con lievi aggiustamenti per venire incontro all’organizzazione, nel caso di mancati ricavi come nell’annata del covid.
Di solito, in questi undici giorni di inizio agosto, Locarno attira ben oltre i 100’000 spettatori. Il report del 2024 dichiara un pubblico di 152’000, inclusi gli stessi residenti, che vanno a vedere uno o più degli oltre 200 film disponibili, oltre 220 quest’anno. Nel 2025 il Festival ha registrato 154’233 spettatori, di cui 63’085 in Piazza Grande. Potendo competere, per affluenza, con i festival «marini» più vicini, i cinema sul Lago Maggiore sembrano avere un gemellaggio ideale con, a oriente, la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sul mare Adriatico, fondata nel 1932, giunta alla sua 82esima edizione, con circa 100’000 visitatori annuali. E a occidente, scendendo verso sud, il Festival de Cannes.
La cosa incantevole di questo evento è, forse non solo secondo chi scrive, proprio il suo comparire e scomparire come un temporale estivo, portando con sé un’atmosfera unica che trasforma la società e colora tutto il Sopraceneri.
Il 1946 è stato un anno in cui, finita la Seconda guerra mondiale, vi era bisogno di ricostruzione culturale e di spazi internazionali di dialogo. Il cinema era visto come un linguaggio universale di rinascita e molte città vollero creare i propri festival interculturali. Così, nello stesso anno, partirono Cannes, come nuovo faro culturale europeo, e Locarno, in Svizzera, che voleva rilanciare il turismo di qualità e il cui scopo è gradualmente diventato quello di accogliere voci geograficamente vicine e anche lontane, con uno sguardo focalizzato verso il cinema dell’est. Ecco perché Locarno dovrebbe essere gemellato con Cannes, che fino al 2003 si chiamava «Festival International du film».
Riguardo alla modalità di fruizione, invece, Locarno si avvicina di più a Venezia. Venezia e Locarno rimangono i più accessibili, dato che chiunque può comprare un biglietto e partecipare. Cannes è legato soprattutto all’industria e alle star. L’accesso è limitato, e se non sei del settore ci vai come «ospite di lusso», con prezzi che tendono a essere proibitivi per lo spettatore medio.
Sull’asse verticale abbiamo invece a nord il festival di Berlino, Internationale Filmfestspiele Berlin, giunto alla 75esima edizione, anch’esso considerato sperimentale e politicizzato, decisamente popolare e accessibile, con circa 336’000 biglietti venduti. Condivide con il festival di Locarno la durata di undici giorni e si svolge d’inverno. A sud c’è la manifestazione più giovane, quasi quarantenne, Il Cinema Ritrovato di Bologna, che ha una programmazione ancora più folta, considerati i corti, con 350 titoli proiettati in soli 9 giorni concentrati a fine giugno. Le scelte vertono sulla conservazione d’archivio e sul cinema del passato, sono coinvolte le sale della città e viene sfruttata la Piazza Maggiore (notare similarità con Piazza Grande), che fa sedere ufficialmente 4000 persone, metà degli 8000 che riescono a guardare i film notturni a Locarno (quest’anno la capienza della Piazza è stata ridotta a 6500 posti).
ora una ora un’altra città si gonfiava

Il tema che mi ha colpito osservando il Festival di Locarno, da quando l’ho scoperto nel 2021, è la gestione operativa di questa impresa. Gli aspetti più immediatamente visibili sono l’arredo urbano e, soprattutto, il personale. Ho una base a Verbania, dunque ho potuto testimoniare a più riprese i cambiamenti, prima ancora che la popolazione aumentasse a vista d’occhio il giorno 6 agosto. Ho visto aumentare il numero di giovani per le strade, riconoscendo alcune facce dal luganese. Sono loro i veri protagonisti del festival, i ticinesi che, nel momento più caldo dell’estate, decidono di restare in patria e recarsi quotidianamente nel Sopraceneri, dando la loro disponibilità per undici giorni.
È meritorio da parte del festival impiegare con buone retribuzioni tutti questi giovani locali, che possono scegliere, nel candidarsi sul sito, tra ruoli a contatto con il pubblico, come assistenza e accoglienza, personale di sala e addetti della Piazza Grande, oppure posizioni dietro le quinte, come logistica, IT o antipirateria.
Ho sempre ammirato questa presenza viva di uno staff giovane, in ogni momento in cui si interagisce con le azioni del «gioco urbano» che viene a crearsi in quei giorni. Una mia amica, ad esempio, operava la macchina delle foto istantanee all’ingresso della «Rotonda by La Mobiliare» e mi sono sempre e solo spinto fin lì per salutarla e stampare qualche fotografia. Non sono mai entrato nella Rotonda, per evitare di aggiungere troppa carne al fuoco alle già numerose distrazioni parallele al festival. Devo dire che i fumi e gli odori dello street food possono risultare eccessivi per i palati più delicati e la Rotonda non è pensata per loro.
Un’altra amica, che è diventata caposala al Palacinema, mi raccontava come ci siano persone che fanno la prima esperienza come staff del Festival subito dopo il liceo e che anno dopo anno tornano a svolgere lo stesso ruolo, facendo come una scalata gerarchica all’interno di un’azienda e diventando sempre più professionali. Alcuni, ispirati dall’esperienza, decidono di intraprendere una carriera nel mondo della produzione audiovisiva iscrivendosi al CISA, la scuola diretta da Marco Poloni con sede nel Palacinema. Non a caso, l’istituto collabora su più fronti con il Festival per rafforzare il legame tra formazione (teorica e pratica) e impiego.
solo al cinema credo ai personaggi cattivi

I protagonisti mediatici del Festival sono chiaramente le star del cinema. Quest’anno le più attese e riverberanti sono state Willem Dafoe, il celebre «cattivo» di Hollywood, Jackie Chan, leggenda della commedia d’azione marziale, Emma Thompson, attrice pluripremiata tra cinema britannico e americano (Oscar sia come interprete che come sceneggiatrice), e infine Golshifteh Farahani, musa del cinema iraniano e oggi star internazionale molto seguita anche sui social.
Jackie Chan ha ricevuto il Pardo alla carriera, Emma Thompson il Leopard Club Award e la Farahani l’Excellence Award Davide Campari. Willem non ha ottenuto alcun premio né menzione, e neppure il film che lo ha portato a Locarno, The Birthday Party, ha ricevuto riconoscimenti. Forse la Locarno della nuova presidente sta attenta alle critiche e vuole evitare di premiare altri «cattivi» dopo lo scandalo mediatico di Roman Polanski. Nel 2014 il regista aveva addirittura disdetto la sua partecipazione alla 67esima edizione, rinunciando a ritirare il Lifetime Achievement Award.
Devo dire comunque che il film The Birthday Party è forse stato concepito male dal regista Jiménez. Non credo che sia colpa di Willem, che ha recitato bene la sua parte, insieme alla bellissima figlia Sofia (Vic Carmen Sonne, trentunenne danese, che non è venuta a Locarno) e alla moglie Olivia (Emma Suárez), che invece si è presentata con lui sul palco in Piazza. Con le loro nudità fisiche e morali questo trio è il perno della festa di compleanno.
Avevo analizzato la struttura dei fondi del film, un montaggio eterogeneo di fondi pubblici e privati, assemblato con difficoltà e con promesse distribuite un po’ ovunque, che prometteva un film dal sapore greco e hollywoodiano ma «alla Sorrentino», girato su un’isola «privata» (riprese a Corfù). Nonostante il discutibile intento di rifarsi al modello attualmente di successo della «glorificazione chic delle sigarette e dell’alcol», non raggiunge la cura estetica complessiva del regista italiano, e risulta più caotico, notturno, a tratti frugale, incentrato sul filo di un dramma familiare che avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più letteraria e geniale (nonostante sia già un adattamento dal romanzo del 2007 di Panos Karnezis), magari alleggerita da scene ambientate altrove che dessero più respiro al ritmo narrativo.
triangolo per varare l’esecutivo provvisorio

A differenza di Cannes, qui le star sono ridotte al minimo. A Locarno si viene per incontrare un pubblico che guarda i film, anche quelli che mostrano il degrado odierno, il malessere interiore, i problemi sociali (la maggior parte). La presenza dei grandi nomi è soprattutto una dichiarazione di fiducia. Se vengono, è perché sanno che il festival garantisce loro un pubblico attento e una visibilità diversa dai banali riflettori sensazionalistici.
Nella sala di comando di questa nave culturale c’è un triangolo di leadership che ne garantisce la rotta. Maja Hoffmann (1956), erede della famiglia Hoffmann-La Roche, è collezionista d’arte, mecenate e imprenditrice svizzera. Nel 2004 ha creato la Fondazione LUMA, il cui progetto più noto è il campus di Arles con la torre di Frank Gehry, ispirata a Van Gogh; secondo stime di stampa mai confermate dalla fondatrice, il campus è costato circa 150 milioni di euro. Attraverso la fondazione guida iniziative come la biennale Elevation 1049 a Gstaad e siede nei consigli di istituzioni internazionali come lo Swiss Institute di New York e le Serpentine Galleries di Londra. Questo è stato il suo secondo anno come presidente del Festival di Locarno.
Giona A. Nazzaro (1965), nato a Zurigo, è direttore artistico dal 2021 e ha una carriera da critico e curatore. Già delegato generale della Settimana Internazionale della Critica di Venezia, ha collaborato con festival come Rotterdam, Visions du Réel, Torino e la Festa del Cinema di Roma. Autore di saggi pionieristici sul cinema di Hong Kong e di studi su Gus Van Sant, Spike Lee e Abel Ferrara, è anche giornalista per testate come il manifesto e Film Tv. Ha esordito nella narrativa con A Mon Dragone c’è il diavolo (2010).
Infine Raphaël Brunschwig (1984), entrato al Locarno Film Festival nel 2013 e responsabile della sua gestione dal 2017, oggi con il titolo di CEO, coordina l’Executive Management Team e assicura la sostenibilità economica e relazionale dell’evento. Al di fuori del festival è Presidente degli Eventi Letterari Monte Verità, Co-Presidente di Swiss Top Events, che riunisce i principali eventi sportivi e culturali svizzeri, membro della Ticino Film Commission, del CISA e del comitato direttivo di Digital Switzerland. Fa inoltre parte del Board of Trustees della Fondazione Eranos, celebre per le sue conferenze interdisciplinari frutto delle scelte intellettuali del presidente Fabio Merlini.
A proposito, consiglio per gli appassionati l’imminente convegno annuale della Fondazione Eranos, in programma dall’11 al 13 settembre 2025 alla Casa Eranos di Ascona-Moscia, Kaos / Kosmos: l’ombra della luce e la luce dell’ombra, un omaggio ai 150 anni dalla nascita di C.G. Jung.
gettarono bombette puzzolenti sullo schermo

Attorno a questa dimensione popolare si intrecciano da sempre discorsi politici e il Locarno Film Festival è spesso considerato un festival di sinistra. Nel 1954 il Consiglio federale lo riconobbe come evento di interesse nazionale, senza però fornire fondi diretti, e l’unico beneficio fu l’autorizzazione a importare film oltre le quote annuali. Dal 1938 la Svizzera limitava infatti l’arrivo di lungometraggi stranieri, per frenare sia il monopolio americano sia la propaganda dei regimi totalitari. Negli anni ’50 la programmazione di film provenienti dai paesi socialisti suscitò forti critiche e il festival venne bollato come «red festival» e accusato di filocomunismo. Nel 1962 il governo federale impose un comitato di selezione con funzioni più politiche che estetiche e la prima legge federale sul cinema arrivò solo nel 1963 e regolarizzò i finanziamenti.
Fin dalla sua nascita, Locarno aveva dato spazio al cinema dell’Europa orientale, in un panorama culturale occidentale ancora segnato dalla Guerra fredda. Questa impronta si è conservata e si è trasformata nel tratto distintivo del festival. Negli anni Duemila le critiche si sono concentrate su quella che i detrattori hanno definito «ossessione woke», con troppi film queer, troppe tematiche femministe, troppa ideologia spacciata per arte. Non c’è da stupirsi, perché il festival stesso dichiara ufficialmente la sua apertura, anche se usa parole più generiche, legate all’arte, come in questo passaggio. «Fin dall’inizio, Locarno ha ospitato le forme cinematografiche più audaci, avanguardistiche, irriverenti e innovative, proponendo ogni opera nella sua versione integrale e non censurata.» L’orientamento rivendicato con maggiore chiarezza è quello di Nazzaro. In un articolo di agosto 2015, già sei anni prima di diventare il direttore artistico responsabile della scelta dei film del Festival di Locarno, pubblicato su il manifesto e intitolato «Gender Filmfest al Gay Village: la promessa della legittima felicità», sosteneva che il cinema queer rappresenti la possibilità di una «felicità legittima», capace di sovvertire norme e ruoli sociali consolidati. Forse è lo stesso spirito che guida le scelte artistiche a Locarno.
Le polemiche legate ai contenuti sessuali non sono una novità. Nel 1976 la programmazione di Salò di Pier Paolo Pasolini e In the Realm of the Senses di Nagisa Ōshima scatenò scandali e censure. Più recentemente, nel 2022, il Pardo d’Oro a Rule 34 di Júlia Murat, film incentrato su BDSM e cam-girl, ha diviso la critica tra chi lo salutava come un gesto politico coraggioso e chi lo liquidava come pornografia travestita da cinema d’autore. Nel 2025 è bastata la presentazione del nuovo film di Abdellatif Kechiche a Locarno per riaprire la discussione e riaccendere il dibattito già esploso a Cannes. Locarno è un terreno fertile per il confronto sui limiti e le libertà della rappresentazione.
Sul sito ufficiale la programmazione viene descritta con queste parole. «Tutto all’insegna della qualità e della varietà: 11 sezioni, 3 concorsi e 20 premi. Questa l’architettura di un Festival che esplora il cinema a 360°. Per scoprire nel presente gli autori e i film del futuro.» Questa presentazione non è abbastanza onesta intellettualmente, perché non menziona l’orientamento speciale che è invece precipuo del Festival e che per correttezza bisognerebbe esplicitare, se ci si crede fino in fondo. In tutto il loro immenso sito, che durante il festival riceve più di un milione di visualizzazioni, si parla sempre in termini magnifici, con formule adatte a pubblicizzare il festival. Sono parole efficaci e dense di significato, quali «libertà di espressione», «complessità umana», «storie autentiche e potenti», «plasmare il futuro del cinema», «integrità», «indipendenza». I critici potrebbero però obiettare che non vi sia reale trasparenza nelle intenzioni, perché la pretesa di difesa delle marginalità alternative dell’arte non combacia con la predominanza dei temi politically correct mainstream ultra-progressisti, per cui la sperimentazione inclusiva verte soltanto su un certo tipo di visione del mondo, escludendo il resto. Chiaramente per ogni critica di questo tipo ci sono dei fatti che provano il contrario e alcuni film inseriti in programma, principalmente quelli vecchi, non presentano lo stesso assetto culturale. Ma sono pochissimi, retrospettiva a parte.
Restando in tema di controversie, i giornali hanno soprattutto riportato la notizia dello schermo del Vacchini, su cui mi limiterò a riportare una pista economica per le indagini dei polemici, se le mie fonti sono corrette. È probabile che dietro la nuova struttura di Piazza Grande ci sia un accordo con Nüssli, lo stesso gruppo che realizza da anni il palco di Moon&Stars e che dispone di officine a Hüttwilen, Turgovia, per la produzione metallica. Il Festival non ha però reso pubblici i nomi dei fornitori e ha alimentato la polemica sulla mancanza di trasparenza e sul rischio di outsourcing a scapito degli artigiani locali. I giornali hanno letto la scelta in chiave politica ed economica più che tecnica.
Aggiornamento. Nell’ottobre 2025 il Consiglio di Stato, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha confermato che la nuova struttura è di proprietà di Nüssli AG, che fattura il noleggio del materiale e il lavoro di montaggio e smontaggio. Dopo una petizione che ha raccolto circa 9’400 firme, il Consiglio d’amministrazione del Festival ha poi deciso di riutilizzare lo schermo di Vacchini e di aprire un concorso d’idee per il futuro della struttura.
la scuola non è sola a istruire i giovani

Il Locarno Film Festival è ben più di una rassegna cinematografica e offre attività gratuite anche alle nuove generazioni, con una vasta offerta di programmi pensati per formare e includere i giovani spettatori.
Locarno Kids la Mobiliare porta i bambini nel cuore del cinema con laboratori pratici come HomeMade Movies e tante attività per avvicinare i ragazzi al linguaggio cinematografico. Spiccano i Movie&Media Labs ideati con SUPSI, dieci laboratori per fasce d’età dai 6 ai 18 anni, che spaziano tra videomaking, microfoni, videogiochi e robot. Le creazioni sono raccolte sul sito momelabs.ch, dove i ragazzi hanno curato anche un tg del Festival. Ad arricchire il programma ci sono Play! Inquadrature in gioco, Dietro le quinte, X-Labs, Kids Corner, oltre a progetti come Clean Up! e Nei panni di un filmmaker in collaborazione con WWF e RSI EDU.
Se Locarno Kids si rivolge soprattutto a bambini e preadolescenti, Cinema & Gioventù è da decenni un’esperienza unica per i ragazzi dai 18 ai 23 anni, organizzata da Castellinaria, Festival del cinema giovane. Ogni estate ventisette giovani diventano giurati ufficiali, divisi tra le sezioni Concorso internazionale, Cineasti del presente, Pardi di domani e Open Doors Shorts. Vivono il Festival da protagonisti e, tra proiezioni, workshop, incontri con registi e attori e collaborazioni con media locali e nazionali, fanno un’intensa esperienza comunitaria nella Locarno «città sperimentale» temporanea.
Tra i progetti più innovativi si distingue l’Atelier du Futur, nato nel 2022 e promosso da la Mobiliare, diretto dalla curatrice Marzia Manzolini. Fin dalla prima edizione a Locarno75, l’Atelier ha coinvolto cinquanta ragazzi dai 13 ai 15 anni in un percorso che unisce creatività e cittadinanza attiva, dove cinema, musica, moda e cibo sano diventano strumenti per riflettere su temi d’attualità, sostenibilità e intelligenza artificiale. L’obiettivo è aiutare i ragazzi a superare la paura di sbagliare, offrendo spazi liberi per sperimentare creatività senza la tensione del giudizio. Negli anni hanno realizzato cortometraggi in stop-motion, canzoni e videoclip originali, sfilate di moda sostenibile e persino piatti trasformati in opere d’arte. Il percorso è stato arricchito da incontri con personalità come Simone Giampaolo, Christian Bernasconi, Agnese Z’graggen e ricercatori della SUPSI. Ospitato nella cornice di Villa San Quirico a Minusio, l’Atelier culmina ogni anno con la cerimonia del Locarno Kids Award la Mobiliare in Piazza Grande.
i vecchi comunicano coi giovani dando loro mezzi materiali

Se i programmi per bambini e adolescenti introducono al linguaggio del cinema, il Festival dedica attenzione anche a chi muove i primi passi nella carriera professionale. Dal 2019 c’è il BaseCamp, residenza artistica che accoglie circa 200 under 30 provenienti da discipline diverse, tra registi, scenografi, musicisti e performer che vivono insieme durante i giorni del Festival, producono contenuti originali, partecipano a workshop e dibattiti e danno vita a una programmazione indipendente che, a livello di orientamenti, dialoga molto bene con il cuore del Festival. Il BaseCamp è l’iniziativa interattiva e coinvolgente parallela al Festival più grande e di maggiore risonanza, che tocca diversi comuni. Quest’anno hanno aderito al progetto l’Istituto scolastico di Muralto, l’Istituto Sant’Eugenio di Locarno, il Collegio Papio di Ascona e le scuole del Comune di Losone. C’è anche un sito dedicato, festivalbasecamp.ch.
A completare il mosaico, le iniziative di Locarno Pro, dedicate ai giovani professionisti. Tra queste, U30 Giovani Professionisti, che dà voce agli under 30 nel confronto diretto con l’industria, la Locarno Industry Academy, un training internazionale sulle vendite e la distribuzione, la Locarno Academy, con masterclass, pitching e incontri con grandi nomi del cinema, e la Locarno Residency, che affianca registi emergenti nello sviluppo del loro primo lungometraggio.
Questa rete si arricchisce anche di progetti specifici. Match Me! (dal 2015) è una piattaforma di networking per produttori emergenti. First Look è la vetrina per i film in post-produzione, che ogni anno si concentra su un Paese diverso; nel 2025 il focus sarà sul Canada. StepIn è un think tank che riunisce oltre cinquanta professionisti internazionali per discutere le sfide dell’industria. Alliance 4 Development (dal 2016) sostiene undici progetti di coproduzione provenienti da cinque Paesi europei, promuovendo collaborazioni creative e professionali a lungo termine.
ballare è il modo più semplice di aspettarsi una ricompensa

Accanto alla dimensione culturale, il Festival ha anche un volto festaiolo, fatto di divertimento e networking. La chiusura alla SUPSI Magistrale è la festa più bella, un grande ballo che raduna tutti i protagonisti del festival, diretti e indiretti, innaffiato da vini ticinesi, con anguria, melone, pizze e altri snack. Gente elegante, dj set con musica dal vivo e tante allegre chiacchierate.
Oltre alle varie serate con musica, aperitivi, installazioni e performance che si svolgono al Pop-Up (Istituto Sant’Eugenio di Locarno), il BaseCamp organizza la sua festa principale qualche giorno prima della magistrale, a metà circa del festival. Si chiama il Party di domani, che riecheggia Pardi di domani. Le duecento persone che vivono insieme per undici giorni trovano spesso occasione di conoscersi meglio proprio a questo evento speciale, organizzato per loro a Losone. Qui sbocciano amori, si creano antipatie, ma soprattutto collaborazioni e idee.
il salto nel vuoto e le aspirazioni inevitabili

Quando si parla del valore dei festival, spesso si dimentica che sono strumenti al servizio di un percorso, più che un obiettivo in sé. Lo ricorda Rudi Womack, direttore esecutivo del Wyoming International Film Festival e autore del canale YouTube The Film Festival Guide, che invita i giovani cineasti a smontare il «mito dei Big Five». Cannes, Venezia, Berlino, Toronto e Sundance sono vetrine importanti, raggiungibili però solo da una percentuale minuscola di autori. Pensare che basti arrivarci per cambiare la propria vita è illusorio. Un festival serve piuttosto a stringere contatti, trovare un agente, un finanziatore o semplicemente un pubblico che sappia ascoltare. Un festival senza un obiettivo chiaro non apre strade e rimane una vetrina vuota.
Negli anni Dieci la ribalta di Vimeo aveva reso i corti un vero trampolino di lancio, basti pensare a Fede Alvarez o David Sandberg, esplosi grazie agli Staff Picks. Oggi però la saturazione online ha cambiato le regole. Fare un corto ha senso se lo si considera un «proof of concept», un biglietto da visita che anticipa un lungometraggio già scritto. Damien Chazelle con Whiplash ne rimane l’esempio più celebre, prima il corto, poi il lungometraggio finanziato e premiato. In assenza di una strategia simile, un corto rischia di restare un atto d’amore personale, bello e invisibile.
Festival e cortometraggi sono strumenti da usare con intelligenza, trampolini che servono solo se c’è un progetto preciso su cui atterrare.
ho affittato il cinema e sono ricco

Dietro la magia della Piazza Grande e delle retrospettive più originali c’è una macchina organizzativa imponente. Secondo le mie ricerche, il budget del Festival, attorno ai 17 milioni di franchi, viene assorbito soprattutto dal personale, quasi il 40% tra staff fisso, stagionali e volontari locali. Seguono la programmazione artistica, con film, ospiti e giurie (circa 4 milioni), e la logistica (3 milioni per sale, infrastrutture temporanee e sicurezza). La comunicazione e la promozione contano per 1,7 milioni, mentre eventi collaterali come Open Doors, Locarno Kids e la Rotonda costano circa 1 milione. I costi amministrativi incidono per meno del 5%, gli ammortamenti tecnici per mezzo milione e gli imprevisti vengono coperti da riserve e assicurazioni. Una struttura di spesa che mostra quanto Locarno, pur conservando un’anima politica e popolare, sia ormai a tutti gli effetti una grande impresa culturale.
Se i costi raccontano la complessità della macchina, i finanziamenti mostrano il delicato equilibrio che la sostiene. Circa il 40% del budget proviene da fondi pubblici, con il Cantone Ticino in testa (oltre 3 milioni all’anno), seguito dalla Confederazione (2,5 milioni, inclusi i fondi della DSC, con un taglio al programma Open Doors) e dai Comuni del Locarnese (750 mila complessivi). Un altro 40% arriva da sponsor privati, i cosiddetti main partner, UBS, Swisscom, la Mobiliare e Swatch, che legano il proprio nome a premi, eventi e progetti speciali, garantendo insieme oltre 6 milioni. A completare il quadro, circa un quarto delle entrate deriva dai ricavi propri, biglietti, tessere giornaliere, merchandising e la Rotonda, che da sola genera centinaia di migliaia di franchi in affitti e consumazioni. Infine, premi e sostegni filantropici da fondazioni e donatori privati aggiungono qualche centinaio di migliaia di franchi. In totale, un mosaico di risorse pubbliche, sponsor e pubblico che rende possibile ogni agosto il grande gioco di Locarno.
polvere di proiezione

Una delle sezioni più straordinarie del Locarno Film Festival è da sempre la Retrospettiva, che da decenni restituisce vita al cinema storico, spesso dimenticato. Nel 2025 la scelta curatoriale ha sorpreso guardando oltremanica con «Great Expectations: British Postwar Cinema (1945-1960)», un omaggio di 45 film curato da Ehsan Khoshbakht, realizzato in collaborazione con il BFI National Archive (nel suo 90° anniversario), la Cinémathèque suisse e StudioCanal. Tra i registi proiettati figurano giganti come David Lean, Carol Reed e la coppia artistica di Powell e Pressburger. Oltre alla nostalgia, la rassegna ha restituito tessuto sociale, innovazione stilistica e un nuovo sguardo sulla ricostruzione culturale del dopoguerra.
La risposta del pubblico, per quanto ho potuto vedere, è stata entusiastica. Spettatori e cultori si sono affollati con curiosità e ammirazione e hanno riconosciuto nel programma un archivio e insieme una vera mappa critica del cinema britannico del dopoguerra. Per me è stato il «biglietto sicuro» della stagione, un invito a riscrivere la memoria del cinema in un’ottica radicata e attuale. Inoltre, accanto alle proiezioni, è stato pubblicato un volume corposo, Great Expectations: British Postwar Cinema, con quasi quaranta saggi su generi, autori e identità nazionale nel cinema britannico. Un complemento intellettuale al programma delle proiezioni.
i volumi incapsulano le idee

Propongo infine una panoramica incompleta delle pubblicazioni dedicate al Festival di Locarno e alla sua storia. Tra le pubblicazioni accademiche recenti il primo nome è il giovane Cyril Cordoba, che ha pubblicato tra il 2022 e il 2023 tre paper molto simili tra loro, dai titoli From the Grand Hotel to the Piazza Grande: The Locarno Film Festival’s Quest for Legitimacy (1946-1977) (Journal of Festive Studies), The Locarno Film Festival under the Influence? Programming Eastern European Movies in Anti-communist Switzerland (1946-1962) (Cambridge University Press) e Between Politics and Economics: The Locarno Film Festival from Tourism to Cinephilia (1946-1972) (Cinergie, n.22). Le sue ricerche confluiscono nella monografia Désaccords à Locarno. Une histoire politique du Festival international du film (1946-1991). Nel 2025 è stato presente alla proiezione al Teatro Paravento del documentario Du crypto-communisme à la pornographie. Une histoire alternative du festival de Locarno, diretto da Clémentine Meyer e realizzato nell’ambito del progetto di ricerca FNS From ‘Crypto-Communism’ to ‘Pornography’: Challenging the Narratives about the Locarno Film Festival (2024-2025), finanziato con 190’000 CHF.
Accanto agli studi più recenti, la bibliografia sul Festival è ormai ampia, tra monografie e saggi accademici. Tra i libri storici si ricordano Per uno spazio autonomo di Guglielmo Volonterio (Locarno, 1977), Festival internazionale del film Locarno: 40 ans. Six essais critiques di Martin Schlappner et al. (Locarno, 1987), Festival internazionale del film Locarno: 40 ans. Chronique et filmographie a cura di Roland Cosandey et al. (Locarno, 1988), 10 ans 1988-1997. Chronique et filmographie di Frédéric Maire e Patrizia Pesko (Locarno, 1997), Dalle suggestioni del Parco alla grande festa del cinema di Guglielmo Volonterio (Venezia, Marsilio, 1997), Locarno città del cinema di Dalmazio Ambrosioni (Bellinzona, Armando Dadò, 1998).
Nel nuovo millennio sono apparsi diversi volumi di taglio critico e storico, tra cui Un festival libero di Domenico Lucchini e Gregory Catella (Milano, Il Castoro, 2004), L’impatto culturale del Festival di Francesco Casetti e Giuseppe Richeri (Lugano, Istituto media e giornalismo, 2004), Impatti economici e potenziali strategici a cura di Rico Maggi (Lugano, Istituto di ricerche economiche, 2005). Tra i più recenti si segnalano Forever Young curato da Lorenzo Buccella (Locarno, Festival del film, 2014), Locarno on/Locarno off di Lorenzo Buccella (Bellinzona, Casagrande, 2022) e il volume collettivo Sguardi oltre il cinema a cura di Fabienne Merlet (Locarno, Armando Dadò, 2022).
Negli ultimi anni le retrospettive del Festival hanno dato vita a volumi di riferimento come Spectacle Every Day: Essays on Classical Mexican Cinema, 1940-69 (Locarno76, 2023), The Lady with the Torch: Columbia Pictures 1929-1959 (Locarno77, 2024) e Great Expectations: British Postwar Cinema (1945-1960) a cura di Ehsan Khoshbakht (Locarno78, 2025).
Infine, tra i volumi fotografici e biografici ci sono Fotofestival: Historical Photographic Book (Salvioni Edizioni, 2018), l’autobiografia di Marco Solari, Unverzichtbares Tessin. Marco Solari, libero, svizzero (elfundzehn Verlag, 2023), presentata proprio l’anno della sua ultima presidenza del Festival, e la biografia di Christian Jungen Moritz de Hadeln, Mister Filmfestival (2018).
La scheda del progetto di ricerca di Cordoba si apre con queste righe. «In 2023, more than 500’000 people attended Swiss film festivals. Among those, the Locarno Film Festival (LFF), one of the oldest in the world, attracted 145’000 spectators by itself. In August 2026, this major event of Switzerland’s film culture will be 80 years old. On this occasion, many publications will retrace its long history. Commemorative books, special issues, and television programs are likely to portray it as a pioneering event that became part of the country’s cultural heritage by introducing auteur cinema to Swiss audiences; ‘a calm, quiet, gentle, and relaxed festival, without scandals’. However, a much less consensual past made of controversies lies behind this narrative. When trying to push boundaries, the LFF encountered many difficulties caused by Switzerland’s conservatism and political divisions.»
Il nuovo progetto di Cyril Cordoba punta invece a mettere in luce un volto meno pacificato del Festival, con due iniziative concrete. La prima è un documentario sui momenti di scandalo legati alla programmazione di film dell’Est europeo, del Terzo Mondo e di opere sovversive tra anni ’50 e ’70, realizzato dal creatore del canale YouTube Cinéma et politique (in onda il 7 settembre 2025). La seconda è una raccolta collaborativa di testimonianze online di spettatori, volontari e staff dal 1980 in poi, per costruire una storia «dal basso» del Festival.
potere del villaggio

Sulla stessa linea dell’accademico Cyril Cordoba c’è anche il Corriere del Ticino, che ha auspicato un Festival sempre più proiettato verso modelli internazionali, con lo sguardo rivolto a un orizzonte culturale uniforme e globale. L’unica nota negativa, ai loro occhi, è l’aspetto che hanno definito «provinciale». Secondo il giornale, esempi di questo provincialismo sarebbero la polemica «sterile» sullo schermo di Vacchini, degenerata in discussioni autoreferenziali, la serata del Gran Consiglio, ridotta a passerella formale perché i politici non sono rimasti per il film, gli interventi dal palco trasformati in sfoghi personali più che in discorsi sul cinema e iniziative poco riuscite come l’apertura domenicale dei negozi, presentata come opportunità e realizzata a metà.
Questi episodi darebbero, secondo l’articolista del Corriere, «un sapore di provincialismo» che rischia di frenare la crescita internazionale del Festival. La sfida, a loro dire, è affrancarsi da queste piccole frizioni e usi locali, per trasformare le radici territoriali in una risorsa.
Secondo me, questo parlare di «provincialismo» è molto pericoloso. Il termine porta con sé un giudizio svalutante e di parte, radicato in una prospettiva borghese-metropolitana che rischia di oscurare il valore delle differenze. Forse il Corriere porta anche esempi validi di aspetti migliorabili, ma li inserisce in un discorso sull’apertura internazionale che finisce per avallare un supporto ideologico a una tendenza capace di snaturare le peculiarità del Locarno sperimentale.
Il giornale sembra dimenticare che la forza del Locarno Film Festival viene proprio dalla territorialità. Si tratta di una serie di pregi legati a un ambiente e a un luogo unici al mondo. Senza la sua anima «di provincia», Locarno rischierebbe di ridursi a una copia dei Big Five, un satellite al servizio dell’industria globale. È probabile, e anche legittimo, che l’amministrazione ambisca a farlo diventare il sesto grande festival internazionale. Ma è il suo essere profondamente ticinese, con i suoi costumi politici e con le polemiche, a renderlo un unicum nel panorama mondiale, un festival radicato in una comunità viva, prima che negli sponsor e nelle star internazionali.
Se il Festival vuole distinguersi e non diventare una colonia culturale straniera, deve semmai rafforzare questo legame «provinciale», aumentare il coinvolgimento dei cittadini, farne la sua cifra identitaria. Solo così potrà continuare a ruggire come un Pardo libero, integro con le proprie origini, senza ridursi a un animale addomesticato.