Riflessioni

l’umanità del progresso, l’atrofizzazione del soggetto

Meglio un istante condiviso [2018]

Ragazza con caschetto nero e occhiali rotondi che riflettono luci al neon, giacca di pelle e camicia bianca, in una strada notturna sfocata, con colori sdoppiati in rosso, verde e blu

Meglio un istante condiviso… Che cento anonimi. Meglio afferrare l’attenzione degli altri che cercare in sé la qualità del presente. Questa è l’illusoria dicotomia di valore, nuova qualità del tempo, che nel secondo decennio del terzo millennio mina la sensibilità e il quieto vivere di una pluralità occidentalizzata, la quale, senza distinzioni di classe, razionalizzando passivamente con giustificazioni progressiste, accetta e subisce l’intervento dei social media sul proprio sviluppo psichico, la cui natura viene quasi impercettibilmente deviata.

Nell’ottica globalizzata è stata postulata, senza indagini profonde, la necessità d’interconnettere le menti umane, riducendo in pochi decenni la terra a un pianeta fisicamente piccolo, facile da pervadere. I corpi vengono spostati a velocità mai sperimentate e le menti si appropriano di qualsiasi immagine, senza i validi sforzi esterni (la ricerca) o interni (l’immaginazione creativa) che la sua acquisizione avrebbe comportato soltanto un secolo fa. Ogni immagine è frutto dell’energia consumata per intraprendere e appagare un senso di appartenenza vago, ma terribilmente reale nella sua percepita ineluttabilità.

I binari che veicolano l’informazione sono costruiti dai tecnici, «esperti di comunicazione» specializzati nel confondere i sensi e viziare i gusti biologici del corpo. Le alchimie informatiche sono tanto più efficaci quanto più accelerano, nella fruizione dei contenuti, la sostituzione dei desideri già soddisfatti con nuove voglie. Inoltre, con la graduale modifica del cervello, i bisogni naturali e fisici, come la fame e il sesso, cedono il posto a compensazioni devianti, utili a terzi, come a voler reiterare e aumentare il consumo di prodotti, servizi e inutili artifizi, anche grazie all’insorgere di dipendenze o tramite le «innovative» ricette di crescita del mercato, tra cui l’ormai celebre obsolescenza programmata.

Per una mente pigra, nel caos della mancanza d’amore e di saggezza della società contemporanea, questa è la modalità di sopravvivenza più tollerabile e, per un certo verso, coerente: patire passivamente lo sconnettersi dalla natura, nutrirsi stimolando quella curiosità irresponsabile, incatenata ai moti interiori di emozioni inconsce, spesso negative.

Che cosa rende oggi i social media, in particolare Instagram, che provoca dipendenza, così democratici? A tal punto da agire perfettamente come distrazione dall’esercizio della democrazia stessa, che sta man mano venendo sostituita dal governo tecnico della finanza e dei pretesi discendenti di un’aristocrazia illuminata, della quale rimane solo la supremazia strategica?

È la strategia dell’intrattenimento di massa e insieme del controllo attraverso una rete di «idee», che permette di installare programmi nella mente degli esseri umani. Il successo è garantito. Da un lato la volgarità dei contenuti, nel senso etimologico del termine, dall’altro il design delle funzionalità, inventato per trarre il massimo dal marketing intimo e algoritmico, assicurano un tornaconto condiviso a chi cerca compensazioni psicologiche e a chi cerca profitto nell’aumento delle vendite.

L’istante da condividersi è scelto secondo precise e mutevoli regole, aliene o troppo terrestri. Sembra che si creino quasi autonomamente, rapidamente sostituite in base alle dimostrazioni dei personaggi di tendenza, che si trovano in una posizione decisamente rilevante, quella di «dominatori di forme pensiero». Sono gli influencer, le star di Instagram, ammaestratori di bon ton digitale in questo gioco, tanto serio e preoccupante nella sua coinvolgente diramazione capillare. Sono responsabili della loro influenza, o seguono ciecamente il successo più immediato, espresso quantitativamente?

È così che, modellando le forme pensiero e il significato dei significanti, cambiano i dizionari e si arriva velocemente persino a modellare i corpi, mentre mutano le abitudini psicofisiche dei credenti, a seconda della moda dominante. I modelli di riferimento, sposati al mercato per creare bisogni e aumentare le vendite, indicano autorevolmente la via del successo e, nella loro spudoratezza, vengono presi in considerazione dalla massa di giovani e ragazzini con un’attenzione viva e sentita, quasi morbosa, che ne adotta anche i neologismi immaginifici, come per voler risolvere nell’immediatezza i turbamenti e l’agonia del vuoto e rimandare a tempo indefinito l’assolvimento della conturbante esplorazione identitaria.

Vista l’urgenza, talora vissuta come astinenza, di appagamento superficiale, illusorio e metodico, è una possibilità rara che gli utilizzatori spasmodici di queste tecnologie, così lobotomizzati, siano poi in grado di rilassare il cervello per contemplarsi interiormente o capaci di porsi in ascolto delle voci più sottili, come umili ricercatori che, non volendone verbalizzare i contorni, intuiscono energicamente il senso di ogni loro risveglio mattutino.

Accade un’inversione esplicita dei valori religiosi dai quali hanno avuto origine, nella notte dei tempi, le attuali civiltà, tra le quali ve n’è una nettamente dominante, la nostra, di cui sappiamo poco, perché lo studio di fenomeni ampi non ha presa su menti iperattive, disturbate dall’importanza percepita di contingenze assurde, monotone, reiterate, subconsciamente comunitarie. È proprio la civiltà occidentale contemporanea, neoliberale e del mercato politicamente corretto, a restare indifferente di fronte alle obsolete opere dei santi, ai messaggi dei più grandi maestri spirituali, persino alle artistiche speculazioni dei filosofi, al linguaggio nobile dei poeti, al tocco maestro dei letterati classici, alla delicatezza simbolica degli antichi pittori e alla voce stessa della coscienza.

Il massimo che ci si possa aspettare da chi viene sorpreso dalla bellezza, nel suo stato compensativo di torpore, è una reazione attonita. Il meglio che si possa augurare a ciascun dormiente è uno shock, una perdita dolorosa, una paurosa presa di coscienza che conduce alla conoscenza.

Il successo dell’individuo medio che cerca l’affermazione della propria identità, secondo le regole, ha generalmente come obbiettivo la quantità del riconoscimento personale, strettamente numerabile. Serve un pubblico pronto, connesso, auto-addestrato secondo le linee guida del suo stesso percorso virtuale, iniziato nel momento in cui ha preso in mano il suo primo dispositivo (ve la ricordate quell’emozione di vittoria prometeica, la prima volta?).

Tra il pubblico c’è chi ha voluto partecipare nell’ombra, guardando, e ha dedicato il tempo minimo indispensabile al consumo frenetico dello stimolo visivo. C’è chi è arso attivamente, con una piccolissima esplosione d’orgoglio, premendo il dito sul vetro smart, mirando al pulsante dell’assenso.

Segnali di fumo senza fuoco, senza aria, senza spazio. Accumulo di materia assente, condensa di pensiero reticolato-costringente. Direzione indicata sociale, commerciale, troppo umana.

Visualizzazioni e like sono il fine ultimo e apparentemente banale di un gioco che non può innocentemente considerarsi tale senza tenere in conto l’estrema e anomala pervasività di un’influenza estranea che con gli anni atrofizza l’immaginazione. La durata e il ritmo delle sessioni di aggiornamento su «cosa fanno gli altri» e «come mi vedono gli altri» stimolano e fossilizzano l’integrazione dei modelli di mercato con la percezione del mondo e del reale nella vita dell’individuo.

L’utilizzatore che ha fatto entrare in tasca lo strumento prediletto e ne fa uso giornaliero quasi sempre vola con il pensiero alla rete di immagini e, se non è preso dall’istantaneo fiume informativo, dose fruita, sta elaborando le mosse successive per l’accrescimento dei suoi punti, esibendo a un gruppo eterogeneo ciò che gli conviene mostrare. Allora lo scatto fotografico è acquisito e diffuso secondo una dovuta preparazione mentale, ma la razionalità delle regole del successo spesso si scontra con le viscere del dubbio e alla fine sono le più pizzicanti e assurde insicurezze che definiscono i contorni e modellano i contenuti della personalità, intrisa dell’atmosfera pubblica del cloud.

Neuroni ridotti, meccanizzati, generano l’intenzione di pubblicare a ogni stimolo percepito, esigenza di un ego che immancabilmente punta all’approvazione collettiva, ludicamente o angosciosamente.

Non si esige che i giudici abbiano dei valori, perché in democrazia vince la maggioranza.

La personalità è così viziata dalle prospettive brillanti di un mondo materialista che, dimenticandosi di giocare nel territorio misterioso della vita, dove il dolore e la tristezza vanno vissuti in profondità per essere trasformati, farebbe di tutto per mostrarsi solida nell’istante in cui lo esige, appunto, urgentemente, per mancanza di una visione ampia, impersonale.

In un mondo così apparente alcuni non vorrebbero riconoscersi ma, ai fini dell’integrazione, sono costretti a vivere la necessità di apparire attraverso i modelli. Le circostanze materiali e culturali della propria condizione sono tutto ciò di tangibile che può dire qualcosa, a chi ha soltanto occhi programmati, sulla nostra identità e quindi sul nostro più concreto esserci. Non riuscendo a comunicare direttamente con la fonte inesauribile di vita, cerchiamo di manifestare ciò che abbiamo conquistato e di identificarci nella persona che ne emerge come aggregato.

E quale miglior modo per garantire solidità a un’immagine di sé che risvegli nella percezione altrui il proprio onore e la propria importanza? Quale strategia funziona meglio, in questa rete digitale commerciale, che rispettare la logica della competizione, secondo la quale bisogna far vedere e intendere di essere al di sopra dei concorrenti, elevandosi con ogni mezzo che capiti a tiro, prostituendo all’ideologia dominante ogni bene assegnatoci dal creato, come il corpo, gli oggetti, le idee, al pari del saziare una fame virulenta ingurgitando i cibi più succulenti che troviamo aprendo il nostro frigo, beninteso a patto che a tutti i nostri follower, guardandoci, possa venir l’acquolina?