la superficialità è una cosa molto profonda
1 giugno [2013]

Ci comportiamo con un livello di superficialità proporzionato a quello dell'ambiente circostante piuttosto che con un livello di profondità proporzionato a ciò che sentiamo. Così facendo andiamo a ipotizzare che le emozioni personali del momento siano qualcosa da mettere da parte in nome del successo e dell'approvazione sociale, attraverso schemi precostruiti diversi a seconda dell'ambito (comunemente chiamati «giri»). Questi schemi, modi comportamentali, ci aiutano a diventare ciò che il contesto ci richiede di essere. È come dipingersi di blu per entrare in una stanza blu, di giallo per la stanza gialla, di verde per la verde. Sentiamo il bisogno che il colore sia adeguato e riconosciuto dagli altri, spesso sfoggiando tonalità differenti per sfogare quella parte di noi, più o meno radicata e nascosta in tutti, che si ribella alla massificazione e vuole emergere per quello che è davvero. Forse non ci rendiamo conto, neanche quelli che pensano di essere più alternativi, che nella quasi totalità dei casi dentro la stanza di un colore stiamo bene solo quando siamo di quel colore e le tonalità che ci dovrebbero caratterizzare ne sono soltanto sfumature, nulla di più; e se sono di più, la stanza preserva la sua integrità facendoci sentire fuori luogo.
Se le premesse sono queste, pur prendendo atto dell'analisi, le possibili soluzioni non sono facili da individuare. Prima di tutto mi chiederei: che cosa voglio ottenere? Cosa mi piacerebbe? Più la risposta ci sembra utopica, più dobbiamo mettere in conto che i mezzi per raggiungere l'obbiettivo dovranno essere radicali. Oppure, come la maggioranza di chi sta leggendo, ci si sente appagati da qualche bella riflessione in merito, per poi riprendere la strada più facile, quella che conosciamo, quella che ci dà le soddisfazioni più veloci, ma purtroppo non le migliori, vi assicuro.
Si sente parlare di «pace interiore» e di «filosofie orientali»; c'è chi sorvola e chi ne è affascinato, legge e studia in proposito. Ma chi di noi, amici coetanei, ha mai sperimentato anche solo per un giorno qualcosa di simile?