Memorie

non riesci proprio a farmi una sorpresa

Rezza Milano Carcano [2016]

Accovacciati davanti all’Ano, al cacano, all’arcano, all’arca, al Cano, ci raccogliamo in un momento di presenza a noi stessi per renderci conto che stiamo entrando.

Nel tunnel grigio, con la donna Porsche che passava dietro svolazzante autonoma e la donna ombrello che, veloce davanti a me e soprappensiero, fuma come abituata a farlo nel gesto meccanico di una sigaretta-retta-retta, e un attento signore osservava il suo condividere il momento scelto, consapevole dello sballo che seguirà dentro il teatro.

Entriamo nel ristorante con la cucina visibile da fuori, in cui scrivono che si può osservare perché nulla verrà cotto. Io penso: «Che posto raro, è perfetto». Ci sediamo e anche il menu è una sorpresa! Entrambi veniamo attratti dagli spaghetti di alghe. Con tutti quei fiorellini è grazioso mangiare così e scambiarci i piatti, e non solo per la vista. Sapere che ci nutriamo di cibo vivo mi fa immaginare il tuo corpo vibrante e sano dall’interno.

In macchina tiro fuori i fichi con il miele preparati pensando a te, e tu, così educata, ti preoccupi del permesso del proprietario e premurosa gli chiedi se posso mangiarli, per poi rifiutarli con disprezzo quando te li offro. L’autista Vodafone ti offre una caramella Frisk alla menta, di quelle terribili, probabilmente con l’aspartame, il dolcificante che stanno cercando di togliere dal mercato perché cancerogeno. Io penso: «Ma perché lo fa? Ha davvero bisogno della caramella? Le piace la forma delle pillole? Forse non sa che fa male?» Decido di mandare a meditare questi pensieri e li sostituisco con il ricordo di quando io compravo le Tic Tac, così non ti infastidisco.

L’autista Vodafone dice che l’Enterprise Hotel è bello. Tu mi guardi con un sorrisetto. Io penso: «Ecco una sorpresa sfumata», ma sono contento.

Alla fine dello spettacolo tu vai in bagno, io vado a sedermi sul palco e osservo la platea. Aspetto 5 minuti, poi vengo a cercarti per andare da Rezza. Ti vedo mentre stai uscendo dal teatro e ti chiamo, insieme ci avviamo verso il camerino e mi chiedi: «Possiamo?»

Ci vediamo alla metro Marconi, io sto uscendo, tu entrando. Ballo un po’ davanti a te mentre entri e mi faccio togliere da te le cuffie. Guardandoti mi sembra che ci sia qualcosa che non ti vada bene, forse vuoi lamentarti perché fa caldo. Mi chiedo se lo fai per creare un legame in cui ti consolo e sono a tua disposizione, e penso che se fosse una tecnica non servirebbe a molto. Aspetto umilmente, eccitato di baci, che passino tutti i pendoli e si rischiari lo sguardo.

Sul tram, usciti dall’hotel, ci sentiamo belli freschi. Tu fai una chiamata con Bubi e io guardo le mappe sul telefono per orientare le nostre prossime mosse, faccio una foto, osserviamo Milano dai vetri, scendiamo e chiedo info all’autista su Porta Venezia.