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Sixteen Candles

John Hughes · 1984

Questo film, di cui ho sentito dire da molti che fosse un classico, l’ho lasciato da parte per un po’, perché non provavo particolare attrazione. L’ho guardato dopo aver visto Breakfast Club, circa un mese più tardi, e il ricomparire della stessa protagonista ha un certo effetto. Cronologicamente però viene prima, perché è l’esordio alla regia di John Hughes, e Molly Ringwald la ingaggiò proprio qui per poi riprendersela l’anno dopo. Hughes aveva chiesto al suo agente un mazzo di fotografie di giovani attrici, quella di lei gli piacque, se la appese sopra la scrivania e scrisse tutto il film in un fine settimana pensando a quella faccia; quando arrivò il momento di scegliere l’attrice, prese la ragazza della foto. Le riprese andarono così bene che prima ancora di finire aveva già deciso di riprendersi lei e il ragazzino dei geek per il film successivo. Posso dire che si tratta di una commedia romantica, decisamente buffa e molto leggera, una meraviglia che tocca temi comuni dell’innamoramento adolescenziale, in questo caso quello di una ragazzina verso un liceale più grande. A differenza di molti film underdog che seguono uno schema simile, qui l’amore è ricambiato e, attraverso una serie di peripezie, si conclude con un classico lieto fine, con un tono che resta leggero anche quando la materia non lo è, risolvendo tutto in dinamiche quasi da gag molto divertenti. Particolarmente rilevante per il ritmo emotivo è il tema del compleanno, da cui deriva anche il titolo. Un compleanno che porta con sé tantissime aspettative da parte della protagonista, la quale però si scontra con la dura realtà di genitori e nonni che la deludono. Anche quando tentano di redimersi, sembrano provare un affetto superficiale e di circostanza, per quanto autentico. L’ho incluso nella selezione dei cento uno perché il tema dell’amore è centrale. Il ragazzo in questione, da quanto si può vedere nel film, oltre a essere molto bello e di buona famiglia, è anche un bravo ragazzo affidabile, che di cose ne subisce parecchie, a partire dalla casa dei suoi messa a soqquadro durante una festa per colpa della fidanzata viziata e vanitosa. Poi però fa una cosa assurda, perché quella stessa fidanzata, ubriaca e incosciente, la affida al ragazzino dei geek e la lascia andare via con lui. La regia è talmente semplice, vicina a una narrativa lineare, che mantiene un ritmo in cui quasi scompaiono la macchina da presa e il taglio. La tecnica è ripulita al punto da far risultare la storia immersiva, per quanto non si ricorra a particolari espedienti per calcare l’espressività e il dramma interiore dei protagonisti. Tutto è girato nei sobborghi a nord di Chicago, nell’estate del 1983, e il liceo è il Niles East di Skokie, lo stesso di Risky Business, da allora demolito. La protagonista e il ragazzino dei geek, che nel film è più piccolo di lei, nella realtà avevano entrambi quindici anni mentre giravano. Costato sei milioni e mezzo ne incassò ventitré. All’uscita parecchi giornali lo stroncarono, e a salvarlo furono Siskel ed Ebert, che in televisione lo misero a confronto con le commediacce da liceo di quegli anni per dire che questo era un’altra cosa. La sessualità è vissuta in maniera innocente e comica, soprattutto mettendo al centro un ragazzino ancora più giovane della protagonista, che è il leader di una piccola cerchia di geek sovraeccitati dalle storie che il loro coraggioso capo racconta, e disposti a pagare un dollaro a testa per trovarsi al cospetto delle mutandine della protagonista.