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Bully

Larry Clark · 2001

Questo film è veramente tosto. Non riesco ancora a immaginare quanta roba buona del genere viene rubata e assorbita nel "cinema di Netflix". Essendo poco conosciuto è una preda perfetta, e i numeri lo confermano: costato due milioni e uno, ne ha incassati un milione e quattro. I protagonisti sono multipli, le scene di sesso brevi e frequenti, l'estetica dei personaggi curata, i dettagli risaltano nonostante le inquadrature tendenzialmente veloci. È un film sull'amore e sulla morte, che presenta svariati livelli di erotismo estetizzante esplicito, nei corpi nudi ma anche nella psicologia spicciola, nella volgarità, nel dolore vissuto spudoratamente. Lo consiglio a tutti e tutte coloro a cui piacciono i film sull'adolescenza, sul passaggio all'età adulta, o forse, più precisamente, sul fallimento di questo passaggio, a tutti coloro che apprezzano la comicità dei film americani tipica delle sceneggiature di una volta, anni 2000 (il film è del 2001). Il taglio della regia sembra giocare sul filo del giudizio potenziale del pubblico, tra sottili critiche sociali e il mostrare il turpe senza vergogna, tra lo sviluppo di prevaricazioni intense, perché Bobby per anni ha umiliato e abusato del gruppo, anche sessualmente, e la soluzione concordata in un'amicizia di gruppo che sembra possessione settaria, emerge un carattere individuale per ciascun protagonista, quanto basta per non renderlo un film banale. L'estetizzazione dei protagonisti e addirittura di una serie di comparse offre un'immagine della donna legata al potere subdolo, all'incanto delle emozioni, all'attrazione pervasiva del sesso, quasi con un accenno di critica sottile su quanto il desiderio maschile sia fragile e facile da manovrare. La drammaticità espressa dagli attori sui volti è propria di un cinema d'essai di alta qualità, in qualche modo legato al grande cinema da grande schermo. Lo si comprende ovviamente grazie alla sceneggiatura, ma anche e soprattutto dalla coordinazione efficace tra movimenti della camera e sguardi, ritmi, suoni ansanti. Una persona che guarda oggi Netflix, le serie tv più disparate, magari anche romance, difficilmente ha gli strumenti per reggere un film così, troppo abituata al nulla delle bollicine che scoppiettano a ritmi elettrici. Per chi invece non lo apprezzasse in quanto il film è violento, avrei da obiettare che la violenza non è gratuita, viene sempre "spiegata", ovvero resa comprensibile nella sua progressione, attraverso gli atti graduali dei personaggi. L'arbitrarietà degli scambi e della morale in essi è vinta dalla stereotipazione del disagio, soprattutto familiare, dato per scontato in determinate classi sociali, in questo caso soprattutto la middle class suburbana americana della Florida meridionale, nell'area di Fort Lauderdale. Il finale ci rivela che il film è basato su una storia vera, l'omicidio di Bobby Kent avvenuto nel 1993 nella contea di Broward, in Florida. Ma ecco che mi accorgo di non riuscire a spiegare cosa intendo, è davvero un colpo di scena scoprirlo, forse se avessi letto qualcosa prima l'avrei saputo. Il regista è Larry Clark, lo stesso di Kids, e il film viene dal libro di Jim Schutze sul caso: Clark scartò tutte le stesure della sceneggiatura e lavorò direttamente sul libro, che riportava le testimonianze del processo, girando in ventitré giorni con pochi soldi e in molti dei luoghi reali dove i fatti erano accaduti. Da lì viene la sensazione di verità. Il clima sul set era all'altezza del film: una notte Brad Renfro uscì dalla finestra del motel di Fort Lauderdale per andare a far festa e finì arrestato per aver rubato uno yacht, che riuscì solo a sbattere contro il molo perché aveva dimenticato di slegarlo prima di accelerare. In ogni caso, è un film che avrà trovato difficile diffusione verso il pubblico benpensante, perché mette proprio in crisi la morale, e prende in giro i moralisti, rappresentati dagli adulti e dai vecchi, che compaiono quasi sempre come complici del male, assecondatori dei vizi, o mero disturbo dei piani giovanili.